rocca scaligera

Ebengardo e la leggenda della Rocca di Sirmione

La rocca scaligera di Sirmione: il fantasma di Ebengardo non trova pace a distanza di 700 anni

La rocca scaligera di Sirmione, uno dei luoghi più gettonati dai turisti della provincia di Brescia, è stata palcoscenico di un efferato duplice omicidio che trascina ancora oggi con se’ gli strascichi del suo orrore.
Al centro di questo duplice omicidio c’è però una nobile e sincera storia d’amore, rovinata dalla crudeltà dell’essere umano.
Il fantasma che ancora oggi si aggira fra le antiche mura del castello di Sirmione è quello di un nobile di nome Ebengardo, morto senza aver mai colmato il vuoto lasciato dalla sua amata Arice.
L’anima senza pace di Ebengardo infesta Sirmione: c’è chi giura di averlo visto camminare o al galoppo del suo cavallo, a presidiare le mura del castello che tetro veglia nelle notti tempestose sul lago di Garda.

La storia della Rocca di Sirmione

Il castello scaligero di Sirmione fu costruito dal re Mastino I della Scala intorno al tredicesimo secolo con finalità difensive: Sirmione era infatti una città di confine e quindi particolarmente esposta agli attacchi nemici.
Almeno a suo tempo, non si trattava quindi esattamente di un castello per gite fuori porta ad ammirare le bellezze del lago di Garda.
Nonostante ciò, all’interno della rocca, Ebengardo e Arice, i due giovani protagonisti di questa storia, erano comunque riusciti a ritagliarsi i propri spazi creandosi un rifugio sereno dove coltivare la loro storia d’amore.
La vita di Ebengardo sembra dunque felice, ma qualcosa di orribile la stravolgerà…arrecandogli un dolore eterno.

La storia di Ebengardo e Arice

La tragedia incombe sull’esistenza di Ebengardo e si manifesta nelle fattezze di un nobiluomo veneto, sconosciuto ai due ma che in qualche modo sarà loro legato per l’eternità.
Il marchese Elaberto di Feltrino era un uomo di bell’aspetto, che ispirava una certa sicurezza in chiunque vi si imbattesse.
Durante una notte invernale funestata da una pioggia incessante e battente, costui bussò alla porta della rocca di Sirmione al galoppo del suo destriero, chiedendo alloggio fino all’alba del giorno seguente.
Ebengardo e Arice mossi a compassione decisero di mettere a disposizione del loro ospite la grande dimora nella quale vivevano.
Il fato volle che Arice, donna affascinante e aggraziata – o almeno così ce la descrivono le cronache – esercitasse nel nobile Elaberto un sentimento talmente forte da non poter essere domato.
Bastarono pochi sguardi e le attenzioni che una gentile padrona di casa riserverebbe ad un qualsiasi ospite in difficoltà, per far innamorare perdutamente il marchese.
Ma non si trattava di un amore platonico:
Elaberto intendeva dare uno sfogo ai suoi desideri e così, notte tempo, raggiunse la bellissima Arice nei suoi appartamenti del castello.
Fece di tutto per corteggiarla, ma poiché il suo cuore apparteneva ad Ebengardo, la nobildonna fu irremovibile. Elaberto però non accettò il rifiuto e dopo aver fallito anche con un approccio più carnale e manesco, accecato dall’ira estrasse un pugnale e la uccise.
Le urla di Arice destarono dal letto Ebengardo che con una corsa folle e disperata cercò di raggiungere la camera da letto della ragazza. Il cavaliere arrivò troppo tardi per salvarla, ma in tempo per cogliere sul fatto il suo assalitore, ancora con il pugnale sanguinante fra le mani. I due ingaggiarono una lotta feroce nella quale Ebengardo ebbe la meglio riuscendo ad uccidere Elaberto con il suo stesso pugnale.
La vendetta non risanò però le ferite dell’anima di Ebengardo dilaniata dal dolore, costretto a rinunciare per sempre alla sua donna amata. Come un derelitto, prigioniero nel suo stesso castello, Ebengardo si rifugiò fra quelle mura in attesa che il tempo consumasse il suo corpo, lontano dal calore della voce di Arice e senza più speranze.
Morì, solo, ma nemmeno la morte riuscì a porre fine alle sue sofferenze.

Il fantasma di Ebengardo oggi

Ancora oggi c’è chi giura di aver visto il fantasma di Ebengardo, aggirarsi fra le mura della rocca Scaligera afflitto.
Egli è indossa abiti scuri, come era usanza per i cavalieri dell’epoca.
Piange ed è inconsolabile: non riesce a trovare pace perché in quella maledetta notte di 700 anni fa non fu in grado di salvare l’amore della sua vita.

admin / 7 luglio 2016 / Lombardia

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